Dire chi sei

Qualche giorno fa sono rimasta bloccata nel traffico. Avevo la radio accesa e speravo in un colpo di fortuna che mi aiutasse a trovare parcheggio, o che qualche surreale meccanismo della sorte fermasse le lancette dell’orologio, che andavano avanti inesorabili fregandosene della mia situazione.

Ascoltavo distratta l’intervento di un ascoltatore che si stava lamentando e questo bastava a provocare uno  scarto istintivo della mia mente. Non avendo altro da fare alla fine mi sono messa ad ascoltare.

«Detesto quelli indossano una maglietta degli AC/DC e si definiscono amanti del rock,» diceva «ma poi conoscono tre canzoni sì e no…» eccetera, eccetera. Questo era a grandi linee il tema e il tono dell’intervento.

Lui, che gli AC/DC li ascoltava da quando era bambino insieme a Metallica, Audio slave, Pearl Jam sì che poteva dirsi appassionato. Era un vero conoscitore e apprezzava quel genere di musica in tutte le sue declinazioni (Metal, Alternative, Grunge ecc), ma soprattutto conosceva il brivido che certa musica provoca.

Intanto il tempo scorreva, e di posti liberi neanche a parlarne.

L’autentico amante del rock continuava la perorazione, cercando di portare dalla sua parte anche lo speaker che accondiscendeva con  tiepido consenso

Quando il dubbio corre a fior di pelle

Quando il dubbio corre a fior di pelle sarebbe bene ascoltarlo: è un test di coerenza immediato. Non è innato ma si sviluppa con l’esperienza, a forza di ascoltare parole e sperimentare i fatti che le seguono.

Tutti parevano essere d’accordo con l’ascoltatore quella mattina, diamine, come non poterlo essere? Lo speaker approva e il pubblico acconsente.

Eppure mi è rimasto addosso il dubbio, dopo il brivido per la canzone che avevano appena passato: se sei così appassionato che le performance di Tony Iommy , Angus Young, Jack White, May, Page, e altri ti provocano reazioni fisiche, che fastidio può darti uno che dice di amare il rock solo in virtù della maglietta che indossa?

Tralascio questioni puramente filosofiche su come la passione verso un genere musicale possa essere declinata in modi di pensare, vestire e di vivere: non è questo il luogo giusto per una dissertazione di questo tipo, e torno invece a parlare del dubbio che quel giorno mi ha colto in mezzo al traffico congestionato, mentre le lancette dell’orologio facevano inesorabili il loro ingresso nell’area del conclamato ritardo.

Una trappola di parole: quando quello che dici di essere ti fa apparire tutt’altro

Tu, mosso da vera passione come affermi di essere , –  avrei voluto dirgli – hai già un vantaggio: conosci la materia, e il brivido. Non sarà certo un tipo con una maglietta comprata alla bancarella che conosce a malapena il refrain di “Highway to hell….” a privarti di questo piacere.

E in quanto amante (come sostieni di essere) è di questo che dovresti occuparti: del piacere che provi ascoltando le tue canzoni preferite.

Avrei voluto avvertirlo che le parole che stava usando gli stavano remando contro: non mi aveva convinto per niente. Nessuno vede passione autentica in questo tipo di arringhe.

Coerenza e verità

Cosa fai?

Questa è la parte meno difficile da raccontare: dire di cosa ti occupi.
Quante volte ti è capitato di spiegarlo? Al potenziale cliente, oppure al selezionatore per il posto a cui ti sei candidato.

Ma cosa arriva a chi ti ascolta (o chi ti legge?). Sei sicuro che abbia compreso tutto quello che volevi dire? Sei altrettanto sicuro di non aver lasciato intendere qualcosa che non volevi? O magari tutto il contrario, diciamo. Hai visto anche tu, dall’esempio, quanto è facile.

Ecco cosa succede di solito quando ti presenti: prendi tutto quello che hai studiato e lo tieni da parte. Poi prendi gli incarichi che hai condotto negli ultimi mesi, togli le parti più degradanti, tieni quelle che evidenziano la peculiare utilità di quello che fai (non c’è niente di male in questo). Spesso, purtroppo, arriva il momento in cui infarcisci il discorso con tecnicismi sulla cui pronuncia non sei nemmeno tanto sicuro (ecco, qui qualcosa di male inizia ad esserci), e per chiudere fai quadrare tutto con un carpiato all’indietro, atterrando in equilibrio perfetto su un tappeto di scelte formative e sogni di gioventù.

Una presentazione coi fiocchi, ma sei sicuro che non ti sia sfuggito niente?

Forse sì. C’è un grande sottinteso nel discorsetto che hai appena concluso, più difficile da controllare e gestire, ovvero: chi sei?

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Mind the gap: gli errori più frequenti che rischiano di farti inciampare quando parli di te

1. Anglicismi

diamo pure per scontato che tu sia sicuro della corretta grafia ( o pronuncia) di quello che dici, ma prima di riempire la tua presentazione di hot spot, benchmark, dei più svariati tools, e delle più dettagliate skills, di client satisfaction, high performance e supply chain, fermati e respira. Cambierebbe molto se dicessi centro di connessione, indice di parametro, strumenti, competenze, soddisfazione del cliente, alte prestazioni e catena di distribuzione? Di norma no.
Rischieresti addirittura di avvicinare il lettore che non si sentirà intimidito dal gap che tenti di interporre tra te e lui (perché poi, mi chiedo, se stai cercando di avvicinarlo?)

2. Tecnicismi

Come sopra. Servono a chi comunica per darsi un tono professionale che non è poi così sicuro di avere. Alla fine, quello che resta è proprio questo: l’insicurezza di chi parla.

3. Autocelebrarsi per colpire il cliente

in questo caso si manca il bersaglio in partenza. L’obiettivo non sei tu e i tuoi successi ma il tuo interlocutore. È su lui che devi calibrare il tuo discorso, sulle sue esigenze e su come tu potresti essergli di aiuto. Come puoi colpire lui, mentre continui a parlare di te?

Questi sono solo alcuni. È capitato anche a te di sentire correre il dubbio a fior di pelle? Cosa ti stavano raccontando?

Qual è il vantaggio più grande che puoi offrire ai tuoi clienti? Come lo comunichi?