Mi racconti la sua attività.
È da qui che di solito inizia il mio lavoro. Successivamente il cliente inizia a parlare, della sua storia, della sua azienda o di quella che gestisce. Di quale strada ha percorso per arrivare a dove adesso si trova. Tra le righe parla anche di se stesso: è inevitabile. Così mi trovo a parlare con persone i cui sogni corrono più veloci delle proprie gambe, e persone che temono di guardare oltre il limite sicuro del conosciuto, del già provato.
Da questo materiale (magma prezioso), nasce un progetto. Pagine, articoli, company profile, brochure.

Ma insieme ai punti forza, è ovvio, emergeranno i punti di debolezza.

Non dirlo!

È la prima tentazione, non dirlo che siamo piccoli, che non siamo i primi, che non siamo leader. Eppure non esistono realtà perfette, leader di mercato (per come spesso viene usato) è un concetto preconfezionato, è solo una definizione, un contenitore privo di significato, vuoto come il retro di una maschera dietro cui nascondersi per paura di mostrare… cosa? La verità.

Che non potrà essere perfetta come vorremmo che fosse, su questo siamo d’accordo, ma che ha di certo più appeal.

La forza di un punto debole

Lo sanno bene gli esperti di Public speaking, quando consigliano all’oratore in ansia di non nascondere questo stato al proprio uditorio, ma anzi, di farlo presente: ammettere una debolezza è un segno di forza e renderà più evidente l’impegno. I creatori delle seguenti campagne ne erano consapevoli, e hanno saputo consigliare il proprio cliente a scegliere di percorrere la strada della verità.
Non serve altro a volte.
Rendere un commercial vincente, facendo leva su un punto comunemente precepito come segno di debolezza, è una sfida che chi fa questo lavoro non può che accogliere.
Oltre a dimostrarsi una strategia vincente.

Avis vs Hertz

punto debole potenziale comunicativo

Mentre lavoravano al commercial per Avis, i creativi DDB hanno scelto di puntare alla verità: Avis era la seconda compagnia di noleggio auto dopo Hertz. Inutile negarlo, non facevano gli stessi numeri. Ma era anche innegabile che facessero di tutto per essere all’altezza.
Come?
Con un maggiore impegno, e una maggiore attenzione al cliente. Non erano i migliori, ma ci provavano: condivisibile, una questione di sopravvivenza.


Gli annunci suggerivano che, scegliendo Avis, il cliente avrebbe ricevuto un migliore trattamento, inducendo allo stesso tempo il dubbio che rivolgendosi al gigante Hertz probabilmente sarebbe stato solo uno tra tanti.
La sfida era ormai lanciata.
Quando questi annnunci apparvero nel 1963, Hertz non potè far altro che accoglierla, segnando l’inizio di una battaglia a colpi di Ad, che ha visto scorrere fiumi di inchiostro (ma nemmeno una goccia si sangue)

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Non siamo icone di design, ma che cambia?

Un esempio più recente è la campagna Ikea, una delle tante che hanno contribuito a definire la linea inconfondibile con cui questo marchio ha scelto di comunicare.

Anche in questo caso nessun timore ad ammettere quello che è vero: una sedia ikea non può competere, in quanto a stile, con una Jacobsen o una Le Corbusier. Ma in quanto a funzionalità non ci sono dubbi.

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