È necessario essere social(i) per fare buona comunicazione? Nell’articolo si parlerà creatività, di idee che sanno cogliere nel segno e farsi alscoltare, della nascita di questo post (che inaugura la nascita di questo sito). L’orso può fare buona comunicazione? La risposta in questo articolo.

Comunicazione asociale

Mentre decidevo come avviare questo blog ho cominciato a prendere strade traverse. Pessima abitudine in certi contesti, preziosa risorsa in altri. Avremo modo di riparlarne.
Tra la bozza di un post sulla genesi e uno sull’originalità delle idee, fino a parlare di giganti e di mimesi (non chiedetemi come, ero ancora nella fase delle idee in tempesta) è arrivato il Pensiero Paralizzante.
Altro che tempesta, mi trovavo nell’occhio del ciclone. Al centro del vortice, dove il vento cala e scende il silenzio, qualcuno nella mia testa inizia a parlare e dice cose del tipo: che cavolo stai dicendo? A chi interessa quello che stai per dire?

Niente di strano, solo un po’ di sana paura creativa. Un cortocircuito frequente quando si scrive qualcosa di nuovo. È quella paura che, usando le parole di Luisa Carrada, accompagna la creazione di qualcosa che prima non c’era.
La mia ha preso presto le sembianze di un orso.
Il pensiero inceppato mi portava a sbattere inevitabilmente contro la mia natura ursina, che amici e parenti conoscono bene. Chi mi conosce sa che: se ti parlo è perché ho qualcosa da dirti, ho difficoltà con la chiacchiera tanto per fare, e i miei alias non hanno una vita social che possa definirsi tale.

«Perché diavolo adesso un orso dovrebbe mettersi a parlare di comunicazione?» mi chiedevo, preda dello sconforto totale. Perché proprio un orso, perché non un pappagallo o un usignolo, una saggia tartaruga o un cane amicone? A chi interessa il messaggio dell’orso?

La risposta in un libro

Definiamo orso sociale: persona poco propensa alle interazioni, osservatore di un mondo con cui entra in contatto in sporadiche occasioni.
Cercavo conferme a questa definizione e ho trovato un bel libro. Si chiama Il secolo dell’orso di Roberto Franchini: non parla di comunicazione in senso stretto, ma dei significati che l’allegoria dell’orso ha assunto nel tempo, e di come i mutamenti di tali significati abbiano a che fare con i mutamenti della nostra società. In pieno parallelismo bestiario l’ho sfogliato finché non ho trovato questa frase:

È la solitarietà, forse contrapposta alla solidarietà? Forse, ma di certo questo è il sentiero della ricerca della natura incontaminata, ovvero del mondo come era nella sua infanzia; il mondo sospeso senza tempo, che non conosce stagioni umane.

Lo sospettavo: l’orso si tiene alla larga dal chiacchiericcio, perché è alla ricerca di significati incontaminati e senza tempo, rimasti sepolti nella quantità di messaggi che si contendono la nostra attenzione.
L’orso cerca la solitudine per trovare la verità. Cosa c’entra questo con la scrittura?

Scrittura e solitudine creativa

Chiediamolo ad un meta-scrittore.
Chiediamolo a Natalie Goldberg, per esempio, poetessa e scrittrice che nel suo Scrivere zen offre ottimi spunti quando afferma:

Scrivere a volte significa essere completamente soli

Perché la solitudine, oltre a ripulire la mente da tanti stereotipi (assassini di creatività)…

…porta con sé l’urgente bisogno di tornare in contatto col mondo

Siete a caccia di un buone idee? Cercate un’idea che risalti nel mormorio costante (e condiviso) di formule trite? Allora spegnete il telefono, fate tacere la scatola diabolica per qualche maledetta ora, smettetela di stare qui a leggere, chiudete il pc.

Ci siete ancora?

Dicevo, potreste fare una passeggiata, fare una corsa o iniziare un gioco con i vostri figli e smettere quando è l’ora della cena (che però nessuno ha preparato, persi nel gioco).
Perdetevi… e poi tornate.
Sono tutti modi per rimettere piede nella foresta di significati e trovare la verità di un messaggio nella sua forma essenziale (“sospeso senza tempo, che non conosce stagioni umane”).
Non lo dico io, ma persone che con le idee buone hanno movimentato capitali: Steve Jobs, Richard Branson, Howard Shultz, Stephen King e molti altri. Qualcuno ha anche scritto un libro su questo: tagliarsi fuori cercando solitudine e silenzio, fare gli orsi, anche solo per qualche ora al giorno, innesca il pensiero creativito e regala prospettiva. (The miracle morning. Trasforma la tua vita un mattino alla volta).

Le competenze del comunicatore

Fare comunicazione è un lavoro che, oltre alla vena creativa, richiede molte competenze:

  • ascoltare
  • interpretare
  • farsi ascoltare

Per quest’ultimo punto è necessario che l’ascoltatore riesca a distinguere il vostro messaggio tra tutti gli altri. C’è chi alza il volume, chi ripete un refrain in maniera ossessiva e chi spiffera bassezze che c’è sempre un certo piacere a sentire. Immersi nel caos senza accorgervi inizierete a fare altrettanto: alzerete la voce, ripeterete refrain, spiffererete bassezze. Cambierete modo di parlare e di scrivere (con effetti che potrete leggere in un articolo che ho scritto qualche tempo fa).

L’orso, che ascolta ma preferisce restare ad una certa distanza, potrebbe avere qualcosa di diverso da dire quando romperà il silenzio. Andrà dritto al punto e forse al cuore, sognatore e selvaggio, che non sappiamo più di avere.

ascolto e creatività

foto di Tim Rosskamp su unsplash


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